Una lunga storia d’amore

Marilyn Monroe era una bambina sfortunata, diventata sex-symbol in tutti i paesi e tutte le epoche. The Misfits è stato il suo ultimo film completo prima di morire all’età di 36 anni per suicidio con barbiturici. Per un’analisi intelligente sulla sua vita e le sue sofferenze consiglio questo articolo.

Qui Marilyn dice la sua

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“Life should not be a journey to the grave with the intention of arriving safely in a pretty and well-preserved body, but rather to skid in broadside in a cloud of smoke, thoroughly used up, totally worn out, and loudly proclaiming, “Wow! What a Ride!”

Hunter S. Thompson

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“LE EMOZIONI NON SONO CHIUSE NELLA TESTA”

pascal campion -corri!

Come, a partire dalla nostra esperienza, diamo senso alle cose che ci accadono? Cosa sono le emozioni, che danno un significato alla nostra esperienza in ogni momento e come queste si generano e si organizzano al nostro incontro col mondo?

Nel 1884, a dieci anni dalle teorie evoluzionistiche di Darwin, William James, nel suo storico articolo “What is an emotion”, dichiarava che le emozioni non sono altro che l’esperienza di un insieme di cambiamenti corporei che avvengono in risposta ad uno stimolo ambientale.

James poneva l’esempio: mettiamo di essere davanti ad un orso. Ciò che comunemente si dice, è che davanti a una minaccia–ci spaventiamo–e fuggiamo. Secondo lo studioso questo non è corretto e non coglie veramente ciò che accade. Per James, infatti, alla vista dell’orso, non c’é alcuna valutazione sul fatto che abbiamo paura e che quindi dobbiamo scappare per non essere aggrediti. Quello che succede è che IMMEDIATAMENTE fuggiamo.

E mentre le nostre gambe si muovono, il cuore batte, gli occhi cercano una via di fuga, allora ci accorgiamo della paura che abbiamo e cominciamo a pensare in che situazione pericolosa ci siamo cacciati.

Insomma, vediamo l’orso–scappiamo–e abbiamo paura.

James quindi mette al centro del dibattito sull’emozione gli stessi stati corporei che si esprimono in risposta all’evento, affermando che “i cambiamenti corporei seguono immediatamente alla PERCEZIONE dell’evento e il nostro sentire quei cambiamenti in atto, È l’emozione”.

Lo studioso fa un altro esempio per farci capire come il corpo sia indispensabile nell’esperienza emotiva. Se siamo arrabbiati con qualcuno e gli stiamo gridando le nostre ragioni, proviamo per un attimo a immaginare di togliere da questa situazione il nostro tono alto di voce, le contrazioni muscolari del viso, il battito cardiaco accelerato, i gesti tesi delle nostre mani. Cosa rimarrebbe? Si potrebbe dire che siamo ancora arrabbiati?

Negli anni, la teoria di James, grazie ai contributi dei neo-jamesiani e le teorie sulla mente incarnata, è stata ampliata e ritrattata in molti suoi aspetti. Essa però sembra essere comunque influente, soprattutto per il fatto di aver proposto una prospettiva secondo la quale le emozioni sono sempre incarnate e per cui i cambiamenti corporei che si manifestano nelle emozioni possono alterare l’esperienza stessa di un dato evento.

Negli ultimi decenni, nel campo della neurobiologia si è evidenziato il ruolo della componente corporea nell’origine delle emozioni, della coscienza, dell’empatia (Craig, 2009), indagando gli aspetti della corporeità che influiscono sul correlato cerebrale di tali processi. In questo modo si assiste ad un superamento delle classiche dicotomie cognizione/emozione, mente/corpo, proponendo uno studio della mente incarnata (embodied mind) e non ridotta al cervello.

La mente è qui intesa come un agente cognitivo situato, ossia inserito in un contesto non solo fisico ambientale ma anche di relazioni sociali con altri agenti cognitivi. Per la teoria dell’enactivismo di Varela e Maturana, l’individuo, nel suo far esperienza del mondo e nella sua costruzione di senso, é in un costante dialogo tra l’esperienza che emerge dall’avere un corpo e il fatto di essere incarnato in un contesto biologico, psicologico e culturale.

Per Varela la cognizione stessa è da intendersi come un’azione incarnata che deriva sempre il suo significato dall’essere situata in un corpo che fa esperienza di sé, in un contesto specifico che é il mondo in cui é immersa.

Si può quindi affermare che l’esperienza emotiva, è frutto di una coscienza incarnata, che si fonda sulla percezione degli stati fisiologici in corso e attribuisce significato all’esperienza proprio a partire da questi (Craig 2009, Damasio 1999, Critcley 2004).

In una prospettiva ecologica, la comprensione in tema di emozioni, può essere ampliata ulteriormente grazie ai contributi offerti dai teorici transazionalisti che sottolineano il carattere funzionale delle emozioni.

In questo approccio, le emozioni, piuttosto che, come ipotizzato da Ekman essere analoghe a modificazioni dell’organismo simili a un riflesso, posseggono una funzione sociale, che le plasma all’interno di una continua dinamica col mondo esterno (l’altro da sé), che a sua volta ne viene influenzato. Le differenti emozioni, quindi, prenderebbero forma in modo contingente all’interazione stessa. L’espressione degli stati affettivi, e la loro stessa percezione emergono così proprio per far sì che l’individuo si radichi al mondo, per generare un effetto su di esso, per far sì che il soggetto sia “intonato” ad un’atmosfera in cui è immerso.

In questa prospettiva, numerosi studi (per rif. vedere Arciero 2012), sembrano indicare che sorrisi e altre espressioni emotive corrispondano oltre che a

un’esperienza emozionale a un gesto comunicativo, prodotto in virtù del contesto che circonda colui che si emoziona. D’altro canto coloro con cui il soggetto interagisce modificano la risposta del soggetto, continuando costantemente ad influenzarlo e ad esserne influenzati. Le emozioni quindi appaiono come delle risposte, più o meno, orientate allo scopo, che emergono dalla costante condizione on-line di colui che si emoziona e di coloro che sono con lui.

In tal modo le emozioni riprendono il loro carattere specificamente comunicativo ed escono dal solipsismo del soggetto, formando quell’infinito terreno di possibilità di cui ognuno di noi fa esperienza di volta in volta.
Alla luce di questa prospettiva possiamo dire, con le parole di Arciero, che “il fatto di essere in un certo stato emotivo riguarda sempre un modo di trovarsi in una certa situazione e un modo di esporsi in relazione a quella circostanza. L’emozionarsi non può essere separato come se quel rapporto originario non ne facesse parte, come se l’emozione fosse una condizione causata da questo o da quello e che si presenta di per sé. Il carattere fondamentale dell’emozionarsi consiste proprio in questa struttura per cui un modo di sentirsi si riferisce a una situazione e reciprocamente la situazione mostra la sua significatività illuminandosi secondo un modo di sentirsi”. (Arciero, 2012)

(L’immagine è di Pascal Campion)

 

 

Come si spiega la coscienza?

La scienza degli organismi viventi si occupa da sempre di descrivere e tentare di spiegare quelli che David Chalmers chiama i “problemi facili”, cioé i processi fisici, chimici, biologici che stanno alla base delle nostre sensazioni, emozioni, cognizioni.

Ma c’é una questione che non può essere ridotta in termini oggettivabili e rappresenta il “problema difficile”, che, per essere descritto e spiegato, non può essere derivato dalla correlazione dei dati scientifici in nostro possesso. La coscienza, rappresenta un problema apparentemente inesplicabile per la scienza.

Chalmers, a tal proposito, ha molti punti interrogativi e un paio di “idee folli” che ribaltano la questione..

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“Life’s but a walking shadow, a poor player,
That struts and frets his hour upon the stage,
And then is heard no more; it is a tale
Told by an idiot, full of sound and fury,
Signifying nothing.”

Macbeth

La vita richiede forza. Anche quando sembra non ce ne sia più da dare.  Tutti noi, nelle nostre migliori condizioni, spostiamo continuamente la linea più in là, dalle cose che ci piacevano a quelle che ci piaceranno.

life keeps goin’,

HAPPY NEW YEAR!

Disturbi d’ansia. Cosa cambia nel DSM-V.

Ansia e paura sono emozioni che hanno sempre accompagnato l’uomo nella sua evoluzione.

La parola “ansia” deriva dal termine latino “anxius” che significa affannoso, inquieto e la radice di questo termine è quella del verbo latino “angere” che vuol dire stringere, soffocare.

L’ansia, infatti, si caratterizza come una condizione di tensione che si manifesta con timore, apprensione, attesa inquieta e, spesso con una serie di correlati fisiologici come tremori, sudorazione, palpitazioni, senso di affaticamento, difficoltà a respirare normalmente.

La frequenza con cui questa emozione si manifesta nelle persone, e la sua diffusa presenza in una serie di disturbi emotivi, la rende una condizione affettiva di estremo interesse.

I disturbi d’ansia sono i più diffusi, nella popolazione, tra i disturbi psicologici. Per esempio, in uno studio americano condotto su 8000 adulti, circa il 28% degli intervistati ha riportato di aver avuto esperienza, almeno una volta nella vita, di sintomi caratteristici di un disturbo d’ansia, secondo i criteri di classificazione del manuale diagnostico dei disturbi mentali allora in uso (DSM-IV-TR) (Kessler, Berglund, Demler, et al., 2005).

Tra i vari disturbi di questo gruppo la Fobia è quella più diffusa. I disturbi d’ansia comportano un costo piuttosto elevato per la società e per le persone che ne soffrono. Spesso si associano a un rischio maggiormente elevato di soffrire di malattie cardiovascolari e di altre patologie (Roy-Byrne, Davidson, Kessler, et al, 2008; Smoller, Pollack, Wassertheil-Smoller, et al., 2007). Le persone con un disturbo d’ansia inoltre hanno un rischio raddoppiato di presentare ideazione suicidaria e tentativi di suicidio rispetto alle persone senza una diagnosi psichiatrica (Sareen et al., 2005), hanno una maggiore difficoltà di trovare un’occupazione lavorativa (American Psychiatric Association, 2000) e sono afflitte da gravi disagi interpersonali (Zatzick, Marmer, Weiss, et al., 1997). Tutti i disturbi d’ansia sono associati con riduzioni sostanziali nella qualità della vita.

Gli sviluppi nell’ambito delle neuroscienze, della nosologia, dell’epidemiologia e della psicobiologia hanno permesso, negli ultimi anni, un notevole progresso nella comprensione dei disturbi d’ansia.

Recentemente, nel maggio 2013, l’Associazione Psichiatrica Americana (APA) è giunta, dopo molti anni di ricerca, alla pubblicazione dell’ultima edizione del Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi mentali (DSM-V). 

I disturbi d’ansia classificati nel DSM-V sono:

  • Disturbo d’ansia da separazione
  • Mutismo selettivo
  • Fobia Specifica
  • Disturbo d’ansia sociale
  • Disturbo di panico
  • Agorafobia
  • Disturbo d’ansia generalizzato
  • Disturbo d’ansia da condizione medica
  • Altro Disturbo d’ansia specifico
  • Disturbo d’ansia non altrimenti specificato

Il Disturbo ossessivo-compulsivo e i disturbi  stress correlati (disturbo post-traumatico da stress e disturbo da stress acuto), che nel DSM-IV-TR rientravano nel gruppo dei Disturbi d’ansia, in questa nuova versione del DSM sono classificati all’interno di altre sezioni. Ciò riflette la necessità di porre particolare accento sulle somiglianze ma soprattutto sugli aspetti che distinguono questi disturbi da quelli d’ansia e di rendere più simile la classificazione americana a quella dell’ICD (Classificazione Internazionale delle malattie e dei problemi correlati, proposta dall’OMS).

Nella figura sono chiaramente illustrati i cambiamenti apportati alla classificazione dei Disturbi d’ansia nel DSM-V.

schema

Sistema degli oppioidi endogeni e Disturbo borderline di personalità

ragazza piangeSecondo Bandelow, Schmahl et al. (2010) alcuni sintomi caratteristici del Disturbo borderline di personalità (BPD), come le condotte auto lesive, le restrizioni dal cibo, i comportamenti aggressivi e la ricerca continua di stimoli estremi possono essere visti come risultanti di una disfunzione del sistema degli oppioidi endogeni. Il soggetto farebbe fronte a questa disfunzione incrementando il livello di endorfine disponibili.
Spesso, lo stato di inquietudine o l’umore depressivo è associato dalle stesse persone ad una condizione avvertita come “dolore interno”.
Stanley e Siever (2010), così come Prossin (Prossin et al. 2010) sottolineano il ruolo del sistema degli oppioidi anche nella gestione del sentimento del dolore e nel deficit di funzionamento sociale tipici dei pazienti con Disturbo borderline di personalità. 
Sappiamo che la classe degli oppioidi endogeni (endorfine, encefaline, dinorfine e nocicettine/orfanine FQ antagoniste), agisce su un sottotipo di recettori proteici, tra cui i recettori dei μ-oppioidi, di cui è nota la funzione analgesica. 
Gli autori suggeriscono un particolare coinvolgimento di questo sistema di recettori nella regolazione affettiva e sociale associata col disturbo borderline di personalità, mediando la disposizione di vulnerabilità interpersonale e la sensazione di “dolore intrapersonale” tipico di questo disturbo. Gli autori propongono un modello di comprensione del disturbo alla luce della vulnerabilità o disregolazione del sistema degli oppioidi, postulandone una bassa attività basale e una compensatoria ipersensibilità dei recettori μ-oppioidi. Questa porterebbe a una risposta intensificata a seguito di aumenti transitori di oppioidi, conseguente agli stimoli dolorosi. Gli autori riportano come bassi livelli di oppioidi basali riflettano una sensazione soggettiva di “morte interna”, disforia cronica e mancanza di un senso di benessere, tutte caratteristiche del disturbo borderline di personalità. Sottolineano, inoltre, come questo tipo di pazienti tendano ad abusare di rimedi per il dolore su base oppiacea, e riportano come il naltrexone, un antagonista degli oppioidi, abbia buoni risultati terapeutici nei soggetti borderline autolesionisti. 
A seguito di questi dati sperimentali e delle conseguenti interpretazioni, New e Stanley (2010) sono arrivati alla formalizzazione di un modello teorico di comprensione dei principali sintomi del Disturbo borderline di personalità, sulla base di una disfunzione del sistema degli oppioidi endogeni.

Il dubbio che viene da porsi riguarda la prospettiva attraverso cui leggiamo questi dati.
La disfunzione del sistema degli oppioidi nelle persone con questo disturbo è la causa o la conseguenza di una determinata maniera di sentirsi di queste persone?
Sono i bassi livelli di oppioidi a determinare una sensazione soggettiva di “morte interna” o è una maniera di far esperienza di queste persone, continua e costante, in cui è l’emotività negativa diffusa ed il costante utilizzo di sostanze oppiacee a determinare lo squilibrio bio-chimico riportato da questi studi?
Questa seconda prospettiva, porterebbe a leggere la disfunzione del sistema degli oppioidi in queste persone,  non come la causa ma come il manifestarsi di una particolare maniera di sentirsi del soggetto, reiterata nel tempo. La comprensione del “come” queste persone facciano esperienza di sè, nei vari contesti, tanto da determinare una modificazione degli equilibri fisiologici, è ciò che darebbe forma a questi dati, calandoli nell’esperienza reale dei soggetti.
Il dubbio resta aperto..

Brutto colpo per l’APA e la sua nuova creatura..

Ormai ci siamo. E’ Maggio e, con la primavera, avremo il nuovo DSM.
Thomas Insel, Direttore dell’NIMH, afferma, senza tanti giri di parole che il DSM è “privo di validità” e che “i pazienti con disturbi mentali si meritano di più”.

L’NIMH (National Institute for Mental Health), il più grande finanziatore della ricerca sulla salute mentale del mondo, a pochi giorni dalla pubblicazione del testo lancia la sua obiezione alla revisione del DSM e alla sua stessa impostazione metodologica.

Secondo Insel è opportuno affidarsi ad un’altra maniera di fare ricerca in salute mentale e propone l’RDoC (Research Domain Criteria) come approccio alternativo per raccogliere i dati necessari per una nuova nosologia. Questo progetto si occuperà di gettare le basi per un nuovo sistema di classificazione dei disturbi mentali, partendo dal raggruppamento dei diversi disturbi attualmente classificati, in grandi categorie specifiche per dominio. Verranno raccolti i i dati che accomunano i diversi disturbi nelle aree della genetica, del neuroimaging, della fisiologia e della cognizione, per poi procedere ad un’analisi su questi grandi gruppi e non più sui singoli sintomi o sulla singola patologia.

A conclusione del suo annuncio, che suona come uno scossone di proporzioni gigantesche alle fondamenta stesse dell’APA, afferma Insel, citando due genetisti (Craddock, Owen):

“Alla fine del 19 ° secolo, era logico utilizzare un approccio diagnostico semplice che offriva una ragionevole validità prognostica. All’inizio del 21 ° secolo, dobbiamo spingere la nostra curiosità più alto. “

le nuove dipendenze e il metodo della nonna

Il numero di bambini/ragazzi americani diagnosticati con Disturbo da Deficit di attenzione/iperattività (adhd) continua a crescere.

Leonard Sax, con uno sguardo lucido alle comuni abitudini dei preadolescenti/adolescenti di oggi, descrive la diffusa tendenza di questi di stare svegli fino a tarda notte, incollati allo schermo di un computer o di un telefonino.

Spesso la deprivazione di sonno comporta un sovraccarico di stanchezza che i ragazzi si trascinano il giorno dopo, soprattutto a scuola, dove si richiede un elevato sforzo attentivo e una presenza adeguata. Comportamenti di tipo inattentivo, scarsa concentrazione, comportamenti inadeguati, difficoltà di svolgere i compiti (comportamenti tipici dei bambini con disturbo da deficit di attenzione/iperattività) vengono trattati con farmaci psicostimolanti come Adderall, Concerta, Vyvanse. Questi, così come il Ritalin, agiscono sui recettori cerebrali della dopamina. L’effetto speed  è assicurato e l’attenzione, la concentrazione e l’abilità di esecuzione sono ristabilite. E nemmeno così a caro prezzo grazie alla copertura sanitaria.

I bambini/ragazzi che prendono farmaci per disturbo da deficit di attenzione/iuperattività crescono di numero e così crescono, sulla base dei farmaci assunti (specifici proprio per l’adhd), le diagnosi di questo disturbo

Try turning off the devices first.

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Cos’è l’empatia.

Immagine “Io capisco quello che vivi tu perché posso provare lo stesso vissuto che vivi tu. Ma ciò non vuol dire che in quel momento io provi la stessa tua emozione.

Un esempio: se tu hai rabbia nei miei confronti, io posso comprendere che tu sei arrabbiato con me ma io non provo rabbia verso di me, come se tu hai il mal di denti, io posso capire che tu provi dolore ma non provo lo stesso dolore che vivi tu.

Io esperisco l’altro come uno come me ma non che ha i miei stessi vissuti ma che, come me, ha vissuti.”  (Vincenzo Costa, Professore Associato di Filosofia teoretica presso l’Università del Molise, parla in una brutta intervista)