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“LE EMOZIONI NON SONO CHIUSE NELLA TESTA”

pascal campion -corri!

Come, a partire dalla nostra esperienza, diamo senso alle cose che ci accadono? Cosa sono le emozioni, che danno un significato alla nostra esperienza in ogni momento e come queste si generano e si organizzano al nostro incontro col mondo?

Nel 1884, a dieci anni dalle teorie evoluzionistiche di Darwin, William James, nel suo storico articolo “What is an emotion”, dichiarava che le emozioni non sono altro che l’esperienza di un insieme di cambiamenti corporei che avvengono in risposta ad uno stimolo ambientale.

James poneva l’esempio: mettiamo di essere davanti ad un orso. Ciò che comunemente si dice, è che davanti a una minaccia–ci spaventiamo–e fuggiamo. Secondo lo studioso questo non è corretto e non coglie veramente ciò che accade. Per James, infatti, alla vista dell’orso, non c’é alcuna valutazione sul fatto che abbiamo paura e che quindi dobbiamo scappare per non essere aggrediti. Quello che succede è che IMMEDIATAMENTE fuggiamo.

E mentre le nostre gambe si muovono, il cuore batte, gli occhi cercano una via di fuga, allora ci accorgiamo della paura che abbiamo e cominciamo a pensare in che situazione pericolosa ci siamo cacciati.

Insomma, vediamo l’orso–scappiamo–e abbiamo paura.

James quindi mette al centro del dibattito sull’emozione gli stessi stati corporei che si esprimono in risposta all’evento, affermando che “i cambiamenti corporei seguono immediatamente alla PERCEZIONE dell’evento e il nostro sentire quei cambiamenti in atto, È l’emozione”.

Lo studioso fa un altro esempio per farci capire come il corpo sia indispensabile nell’esperienza emotiva. Se siamo arrabbiati con qualcuno e gli stiamo gridando le nostre ragioni, proviamo per un attimo a immaginare di togliere da questa situazione il nostro tono alto di voce, le contrazioni muscolari del viso, il battito cardiaco accelerato, i gesti tesi delle nostre mani. Cosa rimarrebbe? Si potrebbe dire che siamo ancora arrabbiati?

Negli anni, la teoria di James, grazie ai contributi dei neo-jamesiani e le teorie sulla mente incarnata, è stata ampliata e ritrattata in molti suoi aspetti. Essa però sembra essere comunque influente, soprattutto per il fatto di aver proposto una prospettiva secondo la quale le emozioni sono sempre incarnate e per cui i cambiamenti corporei che si manifestano nelle emozioni possono alterare l’esperienza stessa di un dato evento.

Negli ultimi decenni, nel campo della neurobiologia si è evidenziato il ruolo della componente corporea nell’origine delle emozioni, della coscienza, dell’empatia (Craig, 2009), indagando gli aspetti della corporeità che influiscono sul correlato cerebrale di tali processi. In questo modo si assiste ad un superamento delle classiche dicotomie cognizione/emozione, mente/corpo, proponendo uno studio della mente incarnata (embodied mind) e non ridotta al cervello.

La mente è qui intesa come un agente cognitivo situato, ossia inserito in un contesto non solo fisico ambientale ma anche di relazioni sociali con altri agenti cognitivi. Per la teoria dell’enactivismo di Varela e Maturana, l’individuo, nel suo far esperienza del mondo e nella sua costruzione di senso, é in un costante dialogo tra l’esperienza che emerge dall’avere un corpo e il fatto di essere incarnato in un contesto biologico, psicologico e culturale.

Per Varela la cognizione stessa è da intendersi come un’azione incarnata che deriva sempre il suo significato dall’essere situata in un corpo che fa esperienza di sé, in un contesto specifico che é il mondo in cui é immersa.

Si può quindi affermare che l’esperienza emotiva, è frutto di una coscienza incarnata, che si fonda sulla percezione degli stati fisiologici in corso e attribuisce significato all’esperienza proprio a partire da questi (Craig 2009, Damasio 1999, Critcley 2004).

In una prospettiva ecologica, la comprensione in tema di emozioni, può essere ampliata ulteriormente grazie ai contributi offerti dai teorici transazionalisti che sottolineano il carattere funzionale delle emozioni.

In questo approccio, le emozioni, piuttosto che, come ipotizzato da Ekman essere analoghe a modificazioni dell’organismo simili a un riflesso, posseggono una funzione sociale, che le plasma all’interno di una continua dinamica col mondo esterno (l’altro da sé), che a sua volta ne viene influenzato. Le differenti emozioni, quindi, prenderebbero forma in modo contingente all’interazione stessa. L’espressione degli stati affettivi, e la loro stessa percezione emergono così proprio per far sì che l’individuo si radichi al mondo, per generare un effetto su di esso, per far sì che il soggetto sia “intonato” ad un’atmosfera in cui è immerso.

In questa prospettiva, numerosi studi (per rif. vedere Arciero 2012), sembrano indicare che sorrisi e altre espressioni emotive corrispondano oltre che a

un’esperienza emozionale a un gesto comunicativo, prodotto in virtù del contesto che circonda colui che si emoziona. D’altro canto coloro con cui il soggetto interagisce modificano la risposta del soggetto, continuando costantemente ad influenzarlo e ad esserne influenzati. Le emozioni quindi appaiono come delle risposte, più o meno, orientate allo scopo, che emergono dalla costante condizione on-line di colui che si emoziona e di coloro che sono con lui.

In tal modo le emozioni riprendono il loro carattere specificamente comunicativo ed escono dal solipsismo del soggetto, formando quell’infinito terreno di possibilità di cui ognuno di noi fa esperienza di volta in volta.
Alla luce di questa prospettiva possiamo dire, con le parole di Arciero, che “il fatto di essere in un certo stato emotivo riguarda sempre un modo di trovarsi in una certa situazione e un modo di esporsi in relazione a quella circostanza. L’emozionarsi non può essere separato come se quel rapporto originario non ne facesse parte, come se l’emozione fosse una condizione causata da questo o da quello e che si presenta di per sé. Il carattere fondamentale dell’emozionarsi consiste proprio in questa struttura per cui un modo di sentirsi si riferisce a una situazione e reciprocamente la situazione mostra la sua significatività illuminandosi secondo un modo di sentirsi”. (Arciero, 2012)

(L’immagine è di Pascal Campion)

 

 

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Disturbi d’ansia. Cosa cambia nel DSM-V.

Ansia e paura sono emozioni che hanno sempre accompagnato l’uomo nella sua evoluzione.

La parola “ansia” deriva dal termine latino “anxius” che significa affannoso, inquieto e la radice di questo termine è quella del verbo latino “angere” che vuol dire stringere, soffocare.

L’ansia, infatti, si caratterizza come una condizione di tensione che si manifesta con timore, apprensione, attesa inquieta e, spesso con una serie di correlati fisiologici come tremori, sudorazione, palpitazioni, senso di affaticamento, difficoltà a respirare normalmente.

La frequenza con cui questa emozione si manifesta nelle persone, e la sua diffusa presenza in una serie di disturbi emotivi, la rende una condizione affettiva di estremo interesse.

I disturbi d’ansia sono i più diffusi, nella popolazione, tra i disturbi psicologici. Per esempio, in uno studio americano condotto su 8000 adulti, circa il 28% degli intervistati ha riportato di aver avuto esperienza, almeno una volta nella vita, di sintomi caratteristici di un disturbo d’ansia, secondo i criteri di classificazione del manuale diagnostico dei disturbi mentali allora in uso (DSM-IV-TR) (Kessler, Berglund, Demler, et al., 2005).

Tra i vari disturbi di questo gruppo la Fobia è quella più diffusa. I disturbi d’ansia comportano un costo piuttosto elevato per la società e per le persone che ne soffrono. Spesso si associano a un rischio maggiormente elevato di soffrire di malattie cardiovascolari e di altre patologie (Roy-Byrne, Davidson, Kessler, et al, 2008; Smoller, Pollack, Wassertheil-Smoller, et al., 2007). Le persone con un disturbo d’ansia inoltre hanno un rischio raddoppiato di presentare ideazione suicidaria e tentativi di suicidio rispetto alle persone senza una diagnosi psichiatrica (Sareen et al., 2005), hanno una maggiore difficoltà di trovare un’occupazione lavorativa (American Psychiatric Association, 2000) e sono afflitte da gravi disagi interpersonali (Zatzick, Marmer, Weiss, et al., 1997). Tutti i disturbi d’ansia sono associati con riduzioni sostanziali nella qualità della vita.

Gli sviluppi nell’ambito delle neuroscienze, della nosologia, dell’epidemiologia e della psicobiologia hanno permesso, negli ultimi anni, un notevole progresso nella comprensione dei disturbi d’ansia.

Recentemente, nel maggio 2013, l’Associazione Psichiatrica Americana (APA) è giunta, dopo molti anni di ricerca, alla pubblicazione dell’ultima edizione del Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi mentali (DSM-V). 

I disturbi d’ansia classificati nel DSM-V sono:

  • Disturbo d’ansia da separazione
  • Mutismo selettivo
  • Fobia Specifica
  • Disturbo d’ansia sociale
  • Disturbo di panico
  • Agorafobia
  • Disturbo d’ansia generalizzato
  • Disturbo d’ansia da condizione medica
  • Altro Disturbo d’ansia specifico
  • Disturbo d’ansia non altrimenti specificato

Il Disturbo ossessivo-compulsivo e i disturbi  stress correlati (disturbo post-traumatico da stress e disturbo da stress acuto), che nel DSM-IV-TR rientravano nel gruppo dei Disturbi d’ansia, in questa nuova versione del DSM sono classificati all’interno di altre sezioni. Ciò riflette la necessità di porre particolare accento sulle somiglianze ma soprattutto sugli aspetti che distinguono questi disturbi da quelli d’ansia e di rendere più simile la classificazione americana a quella dell’ICD (Classificazione Internazionale delle malattie e dei problemi correlati, proposta dall’OMS).

Nella figura sono chiaramente illustrati i cambiamenti apportati alla classificazione dei Disturbi d’ansia nel DSM-V.

schema

Sistema degli oppioidi endogeni e Disturbo borderline di personalità

ragazza piangeSecondo Bandelow, Schmahl et al. (2010) alcuni sintomi caratteristici del Disturbo borderline di personalità (BPD), come le condotte auto lesive, le restrizioni dal cibo, i comportamenti aggressivi e la ricerca continua di stimoli estremi possono essere visti come risultanti di una disfunzione del sistema degli oppioidi endogeni. Il soggetto farebbe fronte a questa disfunzione incrementando il livello di endorfine disponibili.
Spesso, lo stato di inquietudine o l’umore depressivo è associato dalle stesse persone ad una condizione avvertita come “dolore interno”.
Stanley e Siever (2010), così come Prossin (Prossin et al. 2010) sottolineano il ruolo del sistema degli oppioidi anche nella gestione del sentimento del dolore e nel deficit di funzionamento sociale tipici dei pazienti con Disturbo borderline di personalità. 
Sappiamo che la classe degli oppioidi endogeni (endorfine, encefaline, dinorfine e nocicettine/orfanine FQ antagoniste), agisce su un sottotipo di recettori proteici, tra cui i recettori dei μ-oppioidi, di cui è nota la funzione analgesica. 
Gli autori suggeriscono un particolare coinvolgimento di questo sistema di recettori nella regolazione affettiva e sociale associata col disturbo borderline di personalità, mediando la disposizione di vulnerabilità interpersonale e la sensazione di “dolore intrapersonale” tipico di questo disturbo. Gli autori propongono un modello di comprensione del disturbo alla luce della vulnerabilità o disregolazione del sistema degli oppioidi, postulandone una bassa attività basale e una compensatoria ipersensibilità dei recettori μ-oppioidi. Questa porterebbe a una risposta intensificata a seguito di aumenti transitori di oppioidi, conseguente agli stimoli dolorosi. Gli autori riportano come bassi livelli di oppioidi basali riflettano una sensazione soggettiva di “morte interna”, disforia cronica e mancanza di un senso di benessere, tutte caratteristiche del disturbo borderline di personalità. Sottolineano, inoltre, come questo tipo di pazienti tendano ad abusare di rimedi per il dolore su base oppiacea, e riportano come il naltrexone, un antagonista degli oppioidi, abbia buoni risultati terapeutici nei soggetti borderline autolesionisti. 
A seguito di questi dati sperimentali e delle conseguenti interpretazioni, New e Stanley (2010) sono arrivati alla formalizzazione di un modello teorico di comprensione dei principali sintomi del Disturbo borderline di personalità, sulla base di una disfunzione del sistema degli oppioidi endogeni.

Il dubbio che viene da porsi riguarda la prospettiva attraverso cui leggiamo questi dati.
La disfunzione del sistema degli oppioidi nelle persone con questo disturbo è la causa o la conseguenza di una determinata maniera di sentirsi di queste persone?
Sono i bassi livelli di oppioidi a determinare una sensazione soggettiva di “morte interna” o è una maniera di far esperienza di queste persone, continua e costante, in cui è l’emotività negativa diffusa ed il costante utilizzo di sostanze oppiacee a determinare lo squilibrio bio-chimico riportato da questi studi?
Questa seconda prospettiva, porterebbe a leggere la disfunzione del sistema degli oppioidi in queste persone,  non come la causa ma come il manifestarsi di una particolare maniera di sentirsi del soggetto, reiterata nel tempo. La comprensione del “come” queste persone facciano esperienza di sè, nei vari contesti, tanto da determinare una modificazione degli equilibri fisiologici, è ciò che darebbe forma a questi dati, calandoli nell’esperienza reale dei soggetti.
Il dubbio resta aperto..

le nuove dipendenze e il metodo della nonna

Il numero di bambini/ragazzi americani diagnosticati con Disturbo da Deficit di attenzione/iperattività (adhd) continua a crescere.

Leonard Sax, con uno sguardo lucido alle comuni abitudini dei preadolescenti/adolescenti di oggi, descrive la diffusa tendenza di questi di stare svegli fino a tarda notte, incollati allo schermo di un computer o di un telefonino.

Spesso la deprivazione di sonno comporta un sovraccarico di stanchezza che i ragazzi si trascinano il giorno dopo, soprattutto a scuola, dove si richiede un elevato sforzo attentivo e una presenza adeguata. Comportamenti di tipo inattentivo, scarsa concentrazione, comportamenti inadeguati, difficoltà di svolgere i compiti (comportamenti tipici dei bambini con disturbo da deficit di attenzione/iperattività) vengono trattati con farmaci psicostimolanti come Adderall, Concerta, Vyvanse. Questi, così come il Ritalin, agiscono sui recettori cerebrali della dopamina. L’effetto speed  è assicurato e l’attenzione, la concentrazione e l’abilità di esecuzione sono ristabilite. E nemmeno così a caro prezzo grazie alla copertura sanitaria.

I bambini/ragazzi che prendono farmaci per disturbo da deficit di attenzione/iuperattività crescono di numero e così crescono, sulla base dei farmaci assunti (specifici proprio per l’adhd), le diagnosi di questo disturbo

Try turning off the devices first.

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Paura del vuoto

Nel film “Un anno con 13 Lune” Elvira (Elwing) e’ un transessuale alle prese con la fine di una importante relazione d’amore. Il film ci introduce nella disperazione della protagonista che vaga per la città nel tentativo di trovare un senso alla sua esistenza, ora che il compagno l’ha abbandonata. Nella scena iniziale assistiamo alla cruda scena della separazione, in cui Christof, che già da settimane non faceva ritorno a casa, ormai freddo e distaccato comunica ad Elvira la sua decisione di lasciare la casa dove avevano convissuto per molto tempo. Elvira e’ in condizioni già disastrate, avendo atteso il ritorno dell’amante per lungo tempo. E’ ubriaca e piena di lividi, dopo aver trascorso la notte in strada alla ricerca di compagnie sessuali. E’ stata sola, per settimane, con la speranza che la sua relazione si ristabilisse come prima.  Alle dure parole di Christof, Elvira e’ colta da uno spavento abissale, non sa cosa fare, non può pensare di rimanere sola, davvero. Tenta disperatamente di trattenere il compagno che dal canto suo continua ad offenderla e a metterla di fronte alla sua nullità, alla sua mancanza di volontà e di iniziativa, finendo per definirla “un gonfio, micragnoso niente”.

Elvira, e’ disperata e anche davanti alle offese di Cristoff, lo implora di restare, lo rincorre per le scale e si ritrova in strada, ormai definitivamente sola. Qui comincia il suo viaggio per la città nel tentativo di ricostruire la sua identità, nell’impossibilita’ di trovare un senso alla sua vita oltre a quell’unico appiglio che Christoff  era per lei. Elvira e’ una donna che per volere di un’ex amante ha cambiato sesso, ha abbandonato il lavoro e la famiglia. Dopo quella scelta ha cominciato a prostituirsi e l’incontro con Christoff le ha permesso di trovare un significato alla sua vita, aiutando il compagno, in un momento di particolare difficoltà, a riscattarsi dall’umiliazione in cui egli versava. Oltre ciò non ha nulla, non ha progetti o speranze, e’ incastrata nel vuoto della sua vita e di fronte alla domanda “Chi sono?” sembra non poter dare risposta. Chi e’ Elvira senza il suo amante? E’ un cumulo di rimpianti, di aspettative fallite, di mancati progetti, è una donna che non possiede un’identità, sempre alla ricerca di un nuovo amante, anche uno qualsiasi, per poter far fronte al suo vuoto.

Nel tentativo di aderire alle aspettative dell’altro ha persino cambiato sesso, condizione che oggi, in assenza di qualcuno che dia senso a quella sua scelta, non sente più sua, così come sembra essere la sua intera esistenza. Anche la ex-moglie e la figlia che ha avuto con lei, che Elvira va a cercare per farsi riaccogliere, non possono che dimostrargli indifferenza, essendo passati troppi anni da quando lei (allora Elwing) le ha abbandonate.

Il tormento di Elvira prende forma nelle sue parole come un pianto, un dolore senza fine e l’autodistruzione sembra essere l’unica strada per trovare finalmente la pace. Elvira si nutre del suo stesso dolore, della sua inquietudine, e il racconto del suo passato non sembra essere altro che un mezzo per giungere a definirsi come infinitamente e irreversibilmente disperata. Spaesata vaga per la città in cerca di un senso, tra ricordi amari di esperienze passate di abbandoni e di umiliazione. Non è la mancanza di Christoff a renderla inquieta, non per lui si dispera ma per sé. A spaventarla è proprio il fatto di essere sé stessa, una sagoma senza contenuto, senza passato né futuro. Sola, Elvira sente di  non essere nulla, di non valere niente e proprio la paura di far fronte al vuoto della sua esistenza, che affiora dai ricordi e dalle mancate aspettative, la spinge infine ad uccidersi, lasciando le sue ultime parole ad una voce che parla da un nastro registrato.

F.Woodman

Di nuovo quindi un’esperienza Borderline, in modo sempre, inevitabilmente doloroso.
La questione dello stato di indefinizione, con il sentimento d’angoscia che questo comporta e la necessità di far ricorso alla presenza dell’altro per ritrovare una temporanea stabilità nel senso di sè, è un tratto fondamentale dell’esperienza borderline.
In grado variabile e all’interno di una vastissima eterogeneità di manifestazioni del malessere, le persone con BPD finiscono per trascorrere delle vite “al limite” dell’esistenza, rincorrendo di continuo la possibilità di sottrarsi dalla presenza a sé.
Sono individui che sembrano camminare “sul filo di lama”, aggrappati agli altri per far fronte ad un senso di sé rarefatto.
Vivere “sul bordo” diventa, con il passare degli anni, un vero e proprio stile di vita che si storicizza nel tempo generando la trama inconsistente di un’un’identità mai progettata, mai costruita, alla ricerca continua di una possibile definizione di sé, in un susseguirsi di momenti di gestione immediata dell’angoscia che proprio quell’essere con sé viene a generare.
Un’identità che finisce così per essere svuotata di ogni significato e che in quel vuoto trova la sua stabilità e la sua permanenza.

tendenze

La percentuale di persone con disturbo borderline di personalità che si suicida è di circa il 10%.  Tutti gli altri compiono dei tentativi, anche più volte nell’arco di una vita.

Nello studio di Kawashima et al. (2012) viene preso in esame un campione di soggetti adolescenti che hanno tentato il suicidio per indagare le caratteristiche che accomunano questo gruppo rispetto ad un campione di controllo composto da soggetti adulti anch’essi con storie di tentati suicidi.  Il risultato è che rispetto al campione di adulti,  gli individui adolescenti, soprattutto nel gruppo femminile, sono più frequentemente diagnosticati come BPD. A me sembra che il dato faccia riflettere. Perchè questa vastità di diagnosi di BPD negli adolescenti e non negli adulti? Dai dati risulta che nelle storie cliniche dei soggetti adulti che hanno tentato il suicidio la diagnosi più ricorrente sia quella di disturbo dell’umore.

1980sForse è da leggere come un fenomeno culturale, con il progressivo ingresso della diagnosi BPD nella letteratura e nella pratica psichiatrica, questo diffondersi di tale categoria diagnostica nei soggetti adolescenti? O forse, al contrario, in passato si sbagliava a diagnosticare dei disturbi dell’umore a individui che invece presentavano una fenomenologia borderline? Di sicuro sappiamo che prima del 1980 la diagnosi di disturbo borderline di personalità non rientrava nelle patologie comprese nel DSM e che col tempo c’è stato un progressivo aumento di soggetti diagnosticati come BPD. 

Ma quindi,  il BPD c’era anche prima o forse davvero è il prodotto di questa nostra società liquida..?

Goodbye Dr Szasz

(New York Times)
Thomas Szasz, a psychiatrist whose 1961 book “The Myth of Mental Illness” questioned the legitimacy of his field and provided the intellectual grounding for generations of critics, patient advocates and antipsychiatry activists, making enemies of many fellow doctors, died Saturday at his home in Manlius, N.Y. He was 92.
He died after a fall, his daughter Dr. Margot Szasz Peters said.
Dr. Szasz (pronounced sahz) published his critique at a particularly vulnerable moment for psychiatry. With Freudian theorizing just beginning to fall out of favor, the field was trying to become more medically oriented and empirically based. Fresh from Freudian training himself, Dr. Szasz saw psychiatry’s medical foundation as shaky at best, and his book hammered away, placing the discipline “in the company of alchemy and astrology.”
The book became a sensation in mental health circles, as well as a bible for those who felt misused by the mental health system.
Dr. Szasz argued against coercive treatments, like involuntary confinement, and the use of psychiatric diagnoses in the courts, calling both practices unscientific and unethical. He was soon placed in the company of other prominent critics of psychiatry, including the Canadian sociologist Erving Goffman and the French philosopher Michel Foucault.
Edward Shorter, the author of “A History of Psychiatry: From the Era of the Asylum to the Age of Prozac” (1997), called Dr. Szasz “the biggest of the antipsychiatry intellectuals.”
“Together,” he added, “they tried their hardest to keep people away from psychiatric treatment on the grounds that if patients did not have actual brain disease, their only real difficulties were ‘problems in living.’ ”
This attack had some merit in the 1950s, Dr. Shorter said, but not later on, when the field began developing more scientific approaches.
To those skeptical of modern psychiatry, however, Dr. Szasz was a foundational figure.
“We did not agree on everything, like his view that there is no such thing as mental illness,” said Vera Hassner Sharav, president and founder of the Alliance for Human Research Protection, a patient advocacy group, and a longtime critic of the field. “But his message that people get designated as ill, labeled and then shafted out of society and preyed on by an industry dominated by drugs – that’s where he was very valuable.”
After making his name, Dr. Szasz only turned up the heat. From his base in the psychiatry department of SUNY Upstate Medical University in Syracuse, he wrote hundreds of articles and more than 30 books, including “Ideology and Insanity: Essays on the Psychiatric Dehumanization of Man” (1970) and “Psychiatric Slavery: When Confinement and Coercion Masquerade as Cure” (1977).
In 1969, in a move that damaged his credibility even among allies, he joined with the Church of Scientology to found the Citizens Commission on Human Rights, which portrays the field as abusive and regularly pickets psychiatric meetings.
Dr. Szasz was not a Scientologist himself, and he later distanced himself from the church, but he shared the religion’s critical view of psychiatry. His provocations were not without cost. In zthe 1960s, New York mental health officials, outraged at his attacks on the state system, blocked Dr. Szasz from teaching at a state hospital where residents trained, according to two former colleagues. Dr. Szasz bristled but had little recourse, and his teaching was curtailed.
Dr. Szasz opposed the American Psychiatric Association’s broadening of its diagnoses in its new manual.
“For the record, I will say that I admired him, even though I think he was dead wrong about the nature of schizophrenia,” said Dr. E. Fuller Torrey, founder of the Treatment Advocacy Center in Arlington, Va., which supports stronger laws to ensure treatment of people with severe mental disorders. “But he made a major contribution to the issue of the misuse of psychiatry. His message is important today.”
Thomas Stephen Szasz was born in Budapest on April 15, 1920, the second child of Julius Szasz, a lawyer, and the former Lily Wellisch. The family moved to Cincinnati in 1938, where the boy became a star student. He earned a degree in physics from the University of Cincinnati and graduated from the university’s medical school in 1944.
After an internship and residency, he enrolled at the Chicago Institute for Psychoanalysis, earning his diploma in 1950. He worked at the Chicago institute and served in the United States Naval Reserve before joining the faculty of SUNY Upstate.
He wife, Rosine, died in 1971. Beside his daughter Dr. Peters, he is survived by another daughter, Suzy Szasz Palmer; a brother, George; and a grandson.
Dr. Szasz was widely sought after as a speaker and presented with dozens of national and international awards. Until the end of his life he continued to discuss psychotherapy, the practice he was trained to perform and of which he became so skeptical.
“The goal is to assume more responsibility and therefore gain more liberty and more control over one’s own life,” he said of talk therapy in an interview in 2000 with the Web site Psychotherapy.net. “The issues or questions for the patient become to what extent is he willing to recognize his evasions of responsibility, often expressed as ‘symptoms.’ “

psicologia post razionalista

Giornata di studio IPRA (Istituto di Psicoterapia Post-Razionalista)

5 Ottobre 2012

Aula Magna Università degli Studi di Bari “A. Moro”

Fobie, ipocondrie e consapevolezza interocettiva