Paura del vuoto

Nel film “Un anno con 13 Lune” Elvira (Elwing) e’ un transessuale alle prese con la fine di una importante relazione d’amore. Il film ci introduce nella disperazione della protagonista che vaga per la città nel tentativo di trovare un senso alla sua esistenza, ora che il compagno l’ha abbandonata. Nella scena iniziale assistiamo alla cruda scena della separazione, in cui Christof, che già da settimane non faceva ritorno a casa, ormai freddo e distaccato comunica ad Elvira la sua decisione di lasciare la casa dove avevano convissuto per molto tempo. Elvira e’ in condizioni già disastrate, avendo atteso il ritorno dell’amante per lungo tempo. E’ ubriaca e piena di lividi, dopo aver trascorso la notte in strada alla ricerca di compagnie sessuali. E’ stata sola, per settimane, con la speranza che la sua relazione si ristabilisse come prima.  Alle dure parole di Christof, Elvira e’ colta da uno spavento abissale, non sa cosa fare, non può pensare di rimanere sola, davvero. Tenta disperatamente di trattenere il compagno che dal canto suo continua ad offenderla e a metterla di fronte alla sua nullità, alla sua mancanza di volontà e di iniziativa, finendo per definirla “un gonfio, micragnoso niente”.

Elvira, e’ disperata e anche davanti alle offese di Cristoff, lo implora di restare, lo rincorre per le scale e si ritrova in strada, ormai definitivamente sola. Qui comincia il suo viaggio per la città nel tentativo di ricostruire la sua identità, nell’impossibilita’ di trovare un senso alla sua vita oltre a quell’unico appiglio che Christoff  era per lei. Elvira e’ una donna che per volere di un’ex amante ha cambiato sesso, ha abbandonato il lavoro e la famiglia. Dopo quella scelta ha cominciato a prostituirsi e l’incontro con Christoff le ha permesso di trovare un significato alla sua vita, aiutando il compagno, in un momento di particolare difficoltà, a riscattarsi dall’umiliazione in cui egli versava. Oltre ciò non ha nulla, non ha progetti o speranze, e’ incastrata nel vuoto della sua vita e di fronte alla domanda “Chi sono?” sembra non poter dare risposta. Chi e’ Elvira senza il suo amante? E’ un cumulo di rimpianti, di aspettative fallite, di mancati progetti, è una donna che non possiede un’identità, sempre alla ricerca di un nuovo amante, anche uno qualsiasi, per poter far fronte al suo vuoto.

Nel tentativo di aderire alle aspettative dell’altro ha persino cambiato sesso, condizione che oggi, in assenza di qualcuno che dia senso a quella sua scelta, non sente più sua, così come sembra essere la sua intera esistenza. Anche la ex-moglie e la figlia che ha avuto con lei, che Elvira va a cercare per farsi riaccogliere, non possono che dimostrargli indifferenza, essendo passati troppi anni da quando lei (allora Elwing) le ha abbandonate.

Il tormento di Elvira prende forma nelle sue parole come un pianto, un dolore senza fine e l’autodistruzione sembra essere l’unica strada per trovare finalmente la pace. Elvira si nutre del suo stesso dolore, della sua inquietudine, e il racconto del suo passato non sembra essere altro che un mezzo per giungere a definirsi come infinitamente e irreversibilmente disperata. Spaesata vaga per la città in cerca di un senso, tra ricordi amari di esperienze passate di abbandoni e di umiliazione. Non è la mancanza di Christoff a renderla inquieta, non per lui si dispera ma per sé. A spaventarla è proprio il fatto di essere sé stessa, una sagoma senza contenuto, senza passato né futuro. Sola, Elvira sente di  non essere nulla, di non valere niente e proprio la paura di far fronte al vuoto della sua esistenza, che affiora dai ricordi e dalle mancate aspettative, la spinge infine ad uccidersi, lasciando le sue ultime parole ad una voce che parla da un nastro registrato.

F.Woodman

Di nuovo quindi un’esperienza Borderline, in modo sempre, inevitabilmente doloroso.
La questione dello stato di indefinizione, con il sentimento d’angoscia che questo comporta e la necessità di far ricorso alla presenza dell’altro per ritrovare una temporanea stabilità nel senso di sè, è un tratto fondamentale dell’esperienza borderline.
In grado variabile e all’interno di una vastissima eterogeneità di manifestazioni del malessere, le persone con BPD finiscono per trascorrere delle vite “al limite” dell’esistenza, rincorrendo di continuo la possibilità di sottrarsi dalla presenza a sé.
Sono individui che sembrano camminare “sul filo di lama”, aggrappati agli altri per far fronte ad un senso di sé rarefatto.
Vivere “sul bordo” diventa, con il passare degli anni, un vero e proprio stile di vita che si storicizza nel tempo generando la trama inconsistente di un’un’identità mai progettata, mai costruita, alla ricerca continua di una possibile definizione di sé, in un susseguirsi di momenti di gestione immediata dell’angoscia che proprio quell’essere con sé viene a generare.
Un’identità che finisce così per essere svuotata di ogni significato e che in quel vuoto trova la sua stabilità e la sua permanenza.

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2 thoughts on “Paura del vuoto

  1. rbonomelli ha detto:

    Grazie per il bell’articolo su di un film che ho amato molto (come tutti i film di RW Fassbinder). Varrebbe la pena di chiedersi “quale sguardo” definisce dove sia il confine (“border”); ognuno di noi è un “sé” agli occhi di se stesso e contemporaneamente agli occhi di una “polis” che ne legittima l’esistenza. Il dramma di Elvira-Elwing è quello di chiunque cessi di trovare un rispecchiamento (un riconoscimento). E questo credo che sia uno dei principali temi del lavoro psicologico, il fornire uno sguardo attraverso cui ri-conoscersi.

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